Ultime notizie........NEWS

gli interessi su un debito inesistente !!!!
Ultime notizie........NEWS - astensione.net democrazia vera
   

 
 


Cresce il partito del non voto Calano a picco il Pd e la Lega

Il 34,5% degli intervistati dal TgLa7 si asterrebbe, il 12,4% non sa chi scegliere. Ma la coalizione Monti piace sempre di più

Cresce il partito del non voto Calano a picco il Pd e la Lega
liberoquotidiano.it

Il Pd è in grande difficoltà. Il consueto sondaggio del lunedì del Tg La7 lo dimostra. Il partito di Bersani perde consensi a beneficio del Movimento Cinque Stelle di Beppe Grillo, ma soprattuto degli astenuti. E' infatti la decisione di non votare alle prossime elezioni quella che sembra piacere agli italiani: il 34,5% degli intervistati ha infatti è orientato per l'astensione, il 12,4% è indeciso e il 3,3% consegnerà scheda bianca. Insomma il popolo del non voto cresce, mentre il Pd scende al 26,1%. In calo anche il Carroccio, che con un -0,5% prende il 10,6% delle preferenze. I voti dei leghisti delusi vanno al Pdl che invece recupera rispetto al precedente sondaggio: 23,4% (+1%).  Tra gli altri schieramenti politici,  crescono anche l' Unione di Centro, che guadagna uno 0,1 e si porta al 7,7 per cento, e cresce sempre di uno 0,1 per cento anche Futuro e Libertà, che arriva al 3,5 per cento.  Nel centrosinistra oltre al Partito democratico perde anche Sinistra, Ecologia e Libertà, che passa dal 7,1 al 6,9 per cento. Stabile al 7,3 per cento l’Italia dei Valori. Chi guadagna molto è il Movimento Cinque Stelle di Beppe Grillo, che cresce dello 0,4 per cento, arrivando a quota 4,6 per cento.







“Bene, eccoci qui, sulla soglia di un disastro finanziario e sociale.” Con queste incisive parole è iniziato il discorso al Parlamento europeo del deputato britannico Nigel Farage.

“In questa sala, oggi, abbiamo i quattro uomini che dovrebbero ritenersi responsabili – ha proseguito – Eppure abbiamo sentito discorsi tediosi e tecnocratici. Continuate ancora a negare, a dispetto di ogni considerazione obiettiva, che l’euro sia un fallimento.”

farage1 Nigel Farage : eccoci qui, sulla soglia di un disastro finanziario e sociale
Fra i quattro responsabili Farage ha indicato il presidente della Commissione europea Josè Manuel Barroso e il presidente del Consiglio d’Europa, Herman van Rompuy.

Il deputato ha detto che di fatto nessuno di loro sarebbe effettivamente responsabile della crisi, tenuto conto che nessuno di loro è stato democraticamente eletto, né ha una qualsiasi legittimità democratica.
Poi si è rivolto al presidente van Rompuy e lo ha apostrofato senza usare troppi riguardi : “Lei, un uomo non eletto, si è recato in Italia dicendo che questo non è il tempo di elezioni ma è il tempo di agire. In nome di Dio, chi le dà il diritto di parlare in questo modo agli italiani?”

 

(Fonte: Wall Street Italia.com)







VOLETE CONOSCERE L'AMMINTARE DEL NOSTRO DEBITO PUBBLICO ?
COLLEGATEVI A :

http://brunoleoni.it/debito.htm







Commissione di Vigilanza per
   la Democrazia Partecipativa    
( movimento astensionista politico per il rilancio della sovranità popolare )
 

Governo Istituzionale Monti: necessarie anche le consultazioni degli astensionisti

 

In vista dell'avvio delle Consultazioni da parte del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che dovrebbero portare all'incarico di un "Governo Istituzionale" presieduto da Mario Monti, il movimento astensionista politico italiano CVDP ha formalmente chiesto al Capo dello Stato di poter essere ad esse convocato, anche a margine delle formali Consultazioni previste con le rappresentanze politiche in Parlamento.

Quanto richiesto potrebbe essere interpretato senz'altro quale prassi irrituale e inconsueta, ma certamente in linea con l'eccezionalità del momento, richiedente, appunto, un Governo di tale portata.

Si intendono porre all'attenzione del Presidente della Repubblica e del futuro Governo alcune considerazioni di vitale importanza per questa drammatica fase per l'Italia, per le quali il movimento CVDP, riconosciuto dalle stesse Alte Cariche dello Stato quale unico referente di riferimento per le prerogative di sovranità degli astensionisti politici, è attualmente il solo a difendere e rappresentare gli interessi di quei cittadini divenuti refrattari ai tradizionali partiti presenti in Parlamento, ai quali l'elettorato astensionista ha definitivamente revocato ogni delega di rappresentatività e di consenso.

Si ricorda che nella sua interezza è Il Popolo italiano la prima Istituzione della Repubblica.

Tentare di limitare la sua valenza sovrana, negandone la partecipazione consultiva, potrebbe dar luogo a interpretazioni certamente dissonanti con i principi e tutto quanto sancito dallo stesso Dettato costituzionale. 

 

Roma, 12 novembre 2011 

 

la CVDP (Commissione di Vigilanza

per la Democrazia Partecipativa),

movimento astensionista politico 

per il rilancio della sovranità popolare

 

 

 

Cordialmente,

Antonio Forcillo, portavoce

cell.             338-5867165      

forcillotoni@alice.it 

 

Commissione di Vigilanza per
   la Democrazia Partecipativa    
( movimento astensionista politico per il rilancio della sovranità popolare )
 

Elezioni in Molise: ulteriore avanzata del fronte astensionista

 

Il dato di affluenza alle urne al 59,79% per le elezioni regionali in Molise del 16 e 17 ottobre 2011 rispetto al 65,09% di cinque anni fa, indica una tendenza inarrestabile della sfiducia degli italiani nei confronti dell'attuale classe politica.

A questa percentuale bisogna aggiungere anche il numero delle schede bianche e le nulle/non attribuibili che hanno portato il fronte astensionista ad assestarsi attorno al 55 per cento dell'elettorato, dato che tuttavia scompare abusivamente, come da prassi, da ogni evidenziazione percentuale di spoglio e ripartizione elettorale, anche la più accreditata.

La percezione che si vuole indurre nella società con questo sottile stratagemma, è che il consenso risultante dalla tornata elettorale è espressione di collegialità popolare o suffragio universale, con una logica subdola e ben architettata tipica delle dittature.  

Ma una volta che il fronte astensionista avrà sforato la quota del 50% si potrebbe aprire per l'Italia una drammatica fase di non ritorno.

Sarebbe automatica, a quel punto, oltre a una sempre più generalizzata sfiducia verso l'Istituto delle elezioni e dei mass media, la percezione da parte della maggioranza dei cittadini di una effettiva limitazione della stessa autorevolezza delle Istituzioni della Repubblica, e di una delegittimazione ulteriore, a prescindere dalla collocazione politica, delle stesse Rappresentanze Elette.

Il movimento astensionista politico italiano per il rilancio della sovranità popolare CVDP - Commissione di Vigilanza per la Democrazia Partecipativa, di cui ho l'onore di esserne il portavoce, che già da tempo indica questi imprevedibili scenari politici a carico dell'Italia, invita le forze politiche che da sempre si contendono il potere ad avviare formalmente una fase dialogativa che comprenda anche il fronte astensionista, alla ricerca di un confronto partecipativo che guardi prima di tutto agli interessi della nazione, a mezzo di una nuova fase dialettica tra tutte le componenti politiche della società, quindi anche di quelle che non si riconoscono nelle attuali élites partitocratiche.

Se così non sarà, a una sempre più marcata ingovernabilità si aggiungerà, inevitabilmente, un'ancor più aspra conflittualità politica e sociale come è ormai sotto gli occhi di tutti.

Le cui responsabilità, è bene ricordare, ricadranno esclusivamente sugli attuali partiti politici che pretendono di rappresentare, con l'inganno, il consenso sovrano di un intero popolo che però non hanno.

Roma, 18 ottobre 2011 

 

la CVDP (Commissione di Vigilanza

per la Democrazia Partecipativa),

movimento astensionista politico 

per il rilancio della sovranità popolare

 

 

 

Cordialmente,

Antonio Forcillo, portavoce

cell. 338-5867165

forcillotoni@alice.it

Commissione di Vigilanza per
   la Democrazia Partecipativa    
( movimento astensionista politico per il rilancio della sovranità popolare )

 

Elezioni regionali in Molise, fronte astensionista in ulteriore aumento

 

I dati di affluenza alle urne per le Elezioni Regionali in Molise del 16 e 17 ottobre 2011 al 59,79% rispetto al 65,09% di cinque anni fa, indicano una tendenza ormai inarrestabile della sfiducia degli italiani nei confronti dell'attuale classe politica.

A questa percentuale bisogna aggiungere anche il numero delle schede bianche e le nulle/non attribuibili che stanno emergendo dallo scrutinio in corso, che prevedibilmente porteranno il fronte astensionista ad assestarsi attorno alla fatidica soglia del 50 per cento dell'elettorato, dato che tuttavia scomparirà abusivamente come in ogni altra elezione da tutte le evidenziazioni percentuali di spoglio e ripartizione elettorale, anche le più accreditate.

La percezione che si vuole indurre nella società con questo sottile stratagemma, è che il consenso risultante dalla tornata elettorale è espressione di collegialità popolare o suffragio universale, con una logica subdola e ben architettata tipica delle dittature.  

Ma una volta che il fronte astensionista avrà sforato la quota del 50% si potrebbe aprire per l'Italia una drammatica fase di non ritorno.

Sarebbe automatica, a quel punto, oltre a una sempre più generalizzata sfiducia verso l'Istituto delle elezioni e dei mass media, la percezione da parte della maggioranza dei cittadini di una effettiva limitazione della stessa autorevolezza delle Istituzioni della Repubblica, e di una delegittimazione ulteriore, a prescindere dalla collocazione politica, delle stesse Rappresentanze Elette.

La CVDP, movimento astensionista politico per il rilancio della sovranità popolare, che da tempo indica questi imprevedibili scenari politici a carico dell'Italia, invita le forze politiche che da sempre si contendono il potere ad avviare formalmente una fase dialogativa che comprenda anche il fronte astensionista, alla ricerca di un confronto partecipativo che guardi prima di tutto agli interessi della nazione, a mezzo di una nuova fase dialettica tra tutte le componenti politiche della società, quindi anche di quelle che non si riconoscono nelle attuali élites partitocratiche.

Se così non sarà, a una sempre più marcata ingovernabilità si aggiungerà, inevitabilmente, una sempre più aspra conflittualità politica e sociale come è ormai sotto gli occhi di tutti. La cui responsabilità, è bene ricordare, ricade esclusivamente su tutti gli attuali partiti politici.

 

Roma, 17 ottobre 2011

 

la CVDP (Commissione di Vigilanza

per la Democrazia Partecipativa),

movimento astensionista politico

per il rilancio della sovranità popolare

 

 

Cordialmente,

Antonio Forcillo, portavoce

cell. 338-5867165

forcillotoni@alice.it 

 

Islanda: un modello silenzioso, senza trasmissione televisiva

 

Islandia: un modelo silencioso, sin televisación…

 

DI DEENA STRYKER
Insurgente

 

Si deve guardare all’Islanda. Rifiutare di sottomettersi agli interessi stranieri: è l’esempio di un piccolo paese che ha chiaramente indicato che il popolo è sovrano.

 

Un programma radiofonico italiano parlando della rivoluzione in corso in Islanda ha detto che era un esempio impressionante di quanto poco i nostri media ci raccontano del resto del mondo.
Gli americani potrebbero ricordare che all’inizio della crisi finanziaria del 2008, l’Islanda si dichiarò letteralmente in bancarotta. Le ragioni sono menzionate solo superficialmente e da allora questo poco conosciuto membro dell’Unione europea è ricaduto nel dimenticatoio. Come i paesi europei cadono uno dopo l’altro, mettendo in pericolo l’euro, con ripercussioni per tutto il mondo, l’ultima cosa che le autorità vogliono è che l’Islanda si converta in un esempio.

 

Ecco perché: cinque anni di un regime puramente neoliberista hanno fatto dell’Islanda (popolazione di 320.000 persone senza esercito), uno dei paesi più ricchi del mondo. Nel 2003 tutte le banche del paese sono state privatizzate, nel tentativo di attirare gli investimenti stranieri, offrendo prestiti on-line, che avendo costi minimi permettevano di offrire tassi di rendimento relativamente alti.

 

I conti, chiamati “Icesave”, attrassero molti piccoli investitori inglesi e olandesi. Però, mentre gli investimenti crescevano, cresceva anche il debito delle banche straniere. Nel 2003 il debito dell’Islanda era pari a 200 volte il suo PIL, ma nel 2007 raggiunse il 900 per cento.

 

La crisi finanziaria globale del 2008 è stata il colpo di grazia. Le tre principali banche islandesi, Landbanki, Kapthing e Glitnir, andarono in bancarotta e furono nazionalizzate, mentre la corona islandese perse l’85% del suo valore nei confronti dell’euro. Alla fine dell’anno l’Islanda dichiarò bancarotta.

 

Contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare, la crisi portò al recupero dei diritti sovrani degli islandesi, attraverso un processo partecipativo di democrazia diretta che alla fine ha portato a una nuova costituzione. Ma solo dopo molta pena.

 

Geir Haarde, Primo Ministro di un governo di coalizione socialdemocratica, negoziò 2,100 miliardi di dollari in prestiti, ai quali i paesi nordici aggiunsero altri 2,5 miliardi. Tuttavia, la comunità finanziaria internazionale richiedeva all’Islanda di imporre misure drastiche. Il FMI e l’Unione europea volevano prendere in consegna il suo debito, dicendo che era l’unico modo per il paese di pagare il debito ai Paesi Bassi e Regno Unito, che avevano promesso di rimborsare i propri cittadini.

 

Le proteste e le rivolte continuarono e alla fine hanno il governo dovette dimettersi. Le elezioni si anticiparono ad aprile 2009, dando luogo ad una coalizione di sinistra che condannò il sistema economico neoliberista, ma che subito dopo cedette allo stesso che richiedeva che l’Islanda pagasse un totale di 3.500.000 euro. Tutto ciò richiedeva che ogni cittadino islandese pagasse 100 euro al mese per quindici anni, all’interesse del 5,5%, per pagare un debito del settore privato.Fu la goccia che fece traboccare il vaso.

 

Ciò che è successo dopo è stato straordinario. La convinzione che i cittadini devono pagare per gli errori di un monopolio finanziario che impone di pagare i debiti privati a tutta una nazione andò in frantumi, la relazione tra i cittadini e le istituzioni politiche subì una trasformazione e, alla fine, ha portato i dirigenti islandese sullo stesso piano degli elettori.

 

Il Capo di Stato, Olafur Ragnar Grimsson, si rifiutò di ratificare la legge che avrebbe reso i cittadini dell’Islanda responsabili dei debiti bancari e accettò l’appello al referendum.

 

Naturalmente la comunità internazionale non fece altro che aumentare la pressione sull’Islanda. Regno Unito e Paesi Bassi minacciarono di isolare il paese con terribili rappresaglie. Quando gli islandesi si recarono alle urne, i banchieri stranieri minacciarono di bloccare qualsiasi aiuto dal Fondo Monetario Internazionale. Il governo britannico minacciò di congelare i risparmi islandesi e i conti correnti. Come disse Grímsson: “Ci dissero che se rifiutavamo le condizioni della comunità internazionale, saremmo diventati la Cuba del Nord. Ma se avessimo accettato, saremmo diventati la Haiti del nord “(Quante volte ho scritto che quando i cubani vedono lo stato deplorevole dei loro vicini di casa, Haiti, si considerano fortunati?)

 

Nel referendum del marzo 2010, il 93% votò contro il rimborso del debito. Il FMI congelò immediatamente i prestiti. Ma la rivoluzione (non trasmessa in TV negli Stati Uniti) non si fece intimidire. Con il supporto di una cittadinanza furiosa, il governo avviò indagini civili e penali sui responsabili della crisi finanziaria. L’Interpol emise un mandato di arresto internazionale per l’ex presidente di Kaupthing, Sigurdur Einarsson, e per altri banchieri coinvolti che fuggirono dal paese.

 

Ma gli islandesi non si fermarono qui: si decise di redigere una nuova costituzione che liberò il paese dallo strapotere della finanza internazionale e dal denaro virtuale. (Quella che era in vigore era stata scritta nel momento in cui l’Islanda ottenne l’indipendenza dalla Danimarca nel 1918, l’unica differenza con la costituzione danese era che la parola “Presidente” fu sostituita da “Re”).

 

Per scrivere la nuova costituzione, il popolo islandese elesse 25 cittadini scelti tra 522 adulti che non appartenevano ad alcun partito politico, ma che erano raccomandati da almeno trenta cittadini. Questo documento non è stato il lavoro di un manipolo di politici, ma è stato scritto su Internet. Le riunioni della Costituente furono trasmesse on-line, i cittadini potevano presentare le loro osservazioni e suggerimenti, aiutando il documento a prendere forma. La Costituzione, che deriva da questo processo di partecipazione democratica, verrà presentata al Parlamento per l’approvazione dopo le prossime elezioni. Alcuni lettori ricorderanno il collasso agrario dell’Islanda del IX secolo che fu illustrato nel libro di Jared Diamond “Collasso. Come le società scelgono di morire o vivere“. Oggigiorno, questo paese si sta riprendendo dal suo collasso finanziario in una forma del tutto contraria ai criteri che generalmente si consideravano inevitabili, come ha ieri confermato il nuovo direttore del FMI, Christine Lagarde, a Fareed Zakaria. Al popolo greco hanno detto che la privatizzazione del settore pubblico è l’unica soluzione. E i cittadini italiani, spagnolo e portoghesi affrontano la stessa minaccia.

 

Si deve guardare all’Islanda. Rifiutare di sottomettersi agli interessi stranieri: è l’esempio di un piccolo paese che ha indicato chiaramente che il popolo è sovrano.

 

Ed è per questo che non appare nelle notizie.

 

**********************************************

 

Fonte http://www.atilioboron.com/2011/08/islandia-elegir-entre-ser-cuba-o-ser.html

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di VINCENZO LA PORTA

È quel che emerge dal Barometro Politico regionale dell’Istituto Nazionale di Ricerche Demopolis, in un contesto che rende ancora più imprevedibili dell’usuale le dinamiche del consenso in Sicilia, deviate da tante incognite magari altrove sconosciute. Pesa sulle opzioni correnti la crescente sfiducia dei cittadini nel Parlamento nazionale, nei partiti di maggioranza e di opposizione, nelle istituzioni politiche nazionali e regionali. Ma soprattutto è in aumento la percezione di una grave disattenzione della classe politica italiana nel suo complesso verso i problemi concreti del Sud e della Sicilia in particolare.

 

LISBONA- Il conservatore Anibal Cavaco Silva ha vinto le elezioni presidenziali in Portogallo con il 52, 9% dei voti.
La stessa percentuale è stata ottenuta da quello che i giornali portoghesi hanno definito l’altro grande vincitore della notte elettorale portoghese: l'astensionismo.
 

In pratica oltre la metà degli aventi diritto al voto non si è recata alle urne: un segnale di sfiducia allarmante nei confronti di un’intera classe politica, messa oggi più che mai sotto accusa per non essere stata in grado di fronteggiare la grave crisi economica che sta colpendo un Portogallo vessato dal debito pubblico alle stelle e da un forte tasso di disoccupazione.

Cavaco Silva ha avuto la meglio sul socialista Manuel Alegre, che contava sul sostegno del primo ministro José Socrates e della sinistra, ma non è andato oltre il 19,7 per cento.
Il giorno dopo il risultato elettorale il neo presidente ha dichiarato: “Voglio essere il Presidente di tutti i portoghesi, senza eccezioni. E’ ora che governo e presidenza collaborino assieme per superare i problemi del Paese”.


 

L'hanno definita una 'rivoluzione silenziosa' quella che ha portato l'Islanda alla riappropriazione dei propri diritti. Sconfitti gli interessi economici di Inghilterra ed Olanda e le pressioni dell'intero sistema finanziario internazionale, gli islandesi hanno nazionalizzato le banche e avviato un processo di democrazia diretta e partecipata che ha portato a stilare una nuova Costituzione.

di Andrea Degl'Innocenti - 13 Luglio 2011

Cascata Islanda
Una rivoluzione silenziosa è quella che ha portato gli islandesi a ribellarsi ai meccanismi della finanza globale e a redigere un'altra costituzione

Oggi vogliamo raccontarvi una storia, il perché lo si capirà dopo. Di quelle storie che nessuno racconta a gran voce, che vengono piuttosto sussurrate di bocca in orecchio, al massimo narrate davanti ad una tavola imbandita o inviate per e-mail ai propri amici. È la storia di una delle nazioni più ricche al mondo, che ha affrontato la crisi peggiore mai piombata addosso ad un paese industrializzato e ne è uscita nel migliore dei modi.

L'Islanda. Già, proprio quel paese che in pochi sanno dove stia esattamente, noto alla cronaca per vulcani dai nomi impronunciabili che con i loro sbuffi bianchi sono in grado di congelare il traffico aereo di un intero emisfero, ha dato il via ad un'eruzione ben più significativa, seppur molto meno conosciuta. Un'esplosione democratica che terrorizza i poteri economici e le banche di tutto il mondo, che porta con se messaggi rivoluzionari: di democrazia diretta, autodeterminazione finanziaria, annullamento del sistema del debito.

Ma procediamo con ordine. L'Islanda è un'isola di sole di 320mila anime – il paese europeo meno popolato se si escludono i micro-stati – privo di esercito. Una città come Bari spalmata su un territorio vasto 100mila chilometri quadrati, un terzo dell'intera Italia, situato un poco a sud dell'immensa Groenlandia.

15 anni di crescita economica avevano fatto dell'Islanda uno dei paesi più ricchi del mondo. Ma su quali basi poggiava questa ricchezza? Il modello di 'neoliberismo puro' applicato nel paese che ne aveva consentito il rapido sviluppo avrebbe ben presto presentato il conto. Nel 2003 tutte le banche del paese erano state privatizzate completamente. Da allora esse avevano fatto di tutto per attirare gli investimenti stranieri, adottando la tecnica dei conti online, che riducevano al minimo i costi di gestione e permettevano di applicare tassi di interesse piuttosto alti. IceSave, si chiamava il conto, una sorta del nostrano Conto Arancio. Moltissimi stranieri, soprattutto inglesi e olandesi vi avevano depositato i propri risparmi.

Landsbanki
La Landsbanki fu la prima banca a crollare e ad essere nazionalizzata in seguito al tracollo del conto IceSave

Così, se da un lato crescevano gli investimenti, dall'altro aumentava il debito estero delle stesse banche. Nel 2003 era pari al 200 per cento del prodotto interno lordo islandese, quattro anni dopo, nel 2007, era arrivato al 900 per cento. A dare il colpo definitivo ci pensò la crisi dei mercati finanziari del 2008. Le tre principali banche del paese, la Landsbanki, la Kaupthing e la Glitnir, caddero in fallimento e vennero nazionalizzate; il crollo della corona sull'euro – che perse in breve l'85 per cento – non fece altro che decuplicare l'entità del loro debito insoluto. Alla fine dell'anno il paese venne dichiarato in bancarotta.

Il Primo Ministro conservatore Geir Haarde, alla guida della coalizione Social-Democratica che governava il paese, chiese l’aiuto del Fondo Monetario Internazionale, che accordò all'Islanda un prestito di 2 miliardi e 100 milioni di dollari, cui si aggiunsero altri 2 miliardi e mezzo da parte di alcuni Paesi nordici. Intanto, le proteste ed il malcontento della popolazione aumentavano.

A gennaio, un presidio prolungato davanti al parlamento portò alle dimissioni del governo. Nel frattempo i potentati finanziari internazionali spingevano perché fossero adottate misure drastiche. Il Fondo Monetario Internazionale e l'Unione Europea proponevano allo stato islandese di di farsi carico del debito insoluto delle banche, socializzandolo. Vale a dire spalmandolo sulla popolazione. Era l'unico modo, a detta loro, per riuscire a rimborsare il debito ai creditori, in particolar modo a Olanda ed Inghilterra, che già si erano fatti carico di rimborsare i propri cittadini.

Il nuovo governo, eletto con elezioni anticipate ad aprile 2009, era una coalizione di sinistra che, pur condannando il modello neoliberista fin lì prevalente, cedette da subito alle richieste della comunità economica internazionale: con una apposita manovra di salvataggio venne proposta la restituzione dei debiti attraverso il pagamento di 3 miliardi e mezzo di euro complessivi, suddivisi fra tutte le famiglie islandesi lungo un periodo di 15 anni e con un interesse del 5,5 per cento.

Proteste
I cittadini islandesi non erano disposti ad accettare le misure imposte per il pagamento del debito.

Si trattava di circa 100 euro al mese a persona, che ogni cittadino della nazione avrebbe dovuto pagare per 15 anni; un totale di 18mila euro a testa per risarcire un debito contratto da un privato nei confronti di altri privati. Einars Már Gudmundsson, un romanziere islandese, ha recentemente affermato che quando avvenne il crack, “gli utili [delle banche, ndr] sono stati privatizzati ma le perdite sono state nazionalizzate”. Per i cittadini d'Islanda era decisamente troppo.

Fu qui che qualcosa si ruppe. E qualcos'altro invece si riaggiustò. Si ruppe l'idea che il debito fosse un'entità sovrana, in nome della quale era sacrificabile un'intera nazione. Che i cittadini dovessero pagare per gli errori commessi da un manipoli di banchieri e finanzieri. Si riaggiustò d'un tratto il rapporto con le istituzioni, che di fronte alla protesta generalizzata decisero finalmente di stare dalla parte di coloro che erano tenuti a rappresentare.

Accadde che il capo dello Stato, Ólafur Ragnar Grímsson, si rifiutò di ratificare la legge che faceva ricadere tutto il peso della crisi sulle spalle dei cittadini e indisse, su richiesta di questi ultimi, un referendum, di modo che questi si potessero esprimere.

La comunità internazionale aumentò allora la propria pressione sullo stato islandese. Olanda ed Inghilterra minacciarono pesanti ritorsioni, arrivando a paventare l'isolamento dell'Islanda. I grandi banchieri di queste due nazioni usarono il loro potere ricattare il popolo che si apprestava a votare. Nel caso in cui il referendum fosse passato, si diceva, verrà impedito ogni aiuto da parte del Fmi, bloccato il prestito precedentemente concesso. Il governo inglese arrivò a dichiarare che avrebbe adottato contro l'Islanda le classiche misure antiterrorismo: il congelamento dei risparmi e dei conti in banca degli islandesi. “Ci è stato detto che se rifiutiamo le condizioni, saremo la Cuba del nord – ha continuato Grímsson nell'intervista - ma se accettiamo, saremo l’Haiti del nord”.

Costituzione Islanda
I Cittadini islandesi hanno votato per eleggere i membri del Consiglio costituente

A marzo 2010, il referendum venne stravinto, con il 93 per cento delle preferenze, da chi sosteneva che il debito non dovesse essere pagato dai cittadini. Le ritorsioni non si fecero attendere: il Fmi congelò immediatamente il prestito concesso. Ma la rivoluzione non si fermò. Nel frattempo, infatti, il governo – incalzato dalla folla inferocita – si era mosso per indagare le responsabilità civili e penali del crollo finanziario. L'Interpool emise un ordine internazionale di arresto contro l’ex-Presidente della Kaupthing, Sigurdur Einarsson. Gli altri banchieri implicati nella vicenda abbandonarono in fretta l'Islanda.

In questo clima concitato si decise di creare ex novo una costituzione islandese, che sottraesse il paese allo strapotere dei banchieri internazionali e del denaro virtuale. Quella vecchia risaliva a quando il paese aveva ottenuto l'indipendenza dalla Danimarca, ed era praticamente identica a quella danese eccezion fatta per degli aggiustamenti marginali (come inserire la parola 'presidente' al posto di 're').

Per la nuova carta si scelse un metodo innovativo. Venne eletta un'assemblea costituente composta da 25 cittadini. Questi furono scelti, tramite regolari elezioni, da una base di 522 che avevano presentato la candidatura. Per candidarsi era necessario essere maggiorenni, avere l'appoggio di almeno 30 persone ed essere liberi dalla tessera di un qualsiasi partito.

Ma la vera novità è stato il modo in cui è stata redatta la magna charta. "Io credo - ha detto Thorvaldur Gylfason, un membro del Consiglio costituente - che questa sia la prima volta in cui una costituzione viene abbozzata principalmente in Internet".

Quarto Stato
L'Islanda ha riaffermato il principio per cui la volontà del popolo sovrano deve prevalere su qualsiasi accordo o pretesa internazionale

Chiunque poteva seguire i progressi della costituzione davanti ai propri occhi. Le riunioni del Consiglio erano trasmesse in streaming online e chiunque poteva commentare le bozze e lanciare da casa le proprie proposte. Veniva così ribaltato il concetto per cui le basi di una nazione vanno poste in stanze buie e segrete, per mano di pochi saggi. La costituzione scaturita da questo processo partecipato di democrazia diretta verrà sottoposta al vaglio del parlamento immediatamente dopo le prossime elezioni.

Ed eccoci così arrivati ad oggi. Con l'Islanda che si sta riprendendo dalla terribile crisi economica e lo sta facendo in modo del tutto opposto a quello che viene generalmente propagandato come inevitabile. Niente salvataggi da parte di Bce o Fmi, niente cessione della propria sovranità a nazioni straniere, ma piuttosto un percorso di riappropriazione dei diritti e della partecipazione.

Lo sappiano i cittadini greci, cui è stato detto che la svendita del settore pubblico era l'unica soluzione. E lo tengano a mente anche quelli portoghesi, spagnoli ed italiani. In Islanda è stato riaffermato un principio fondamentale: è la volontà del popolo sovrano a determinare le sorti di una nazione, e questa deve prevalere su qualsiasi accordo o pretesa internazionale. Per questo nessuno racconta a gran voce la storia islandese. Cosa accadrebbe se lo scoprissero tutti?

 

Il “partito” dell’astensione

[di Giuseppe Balena]

- L’astensionismo come espressione del proprio diritto di voto. Ne sono convinti i membri della Commissione di Vigilanza per la Democrazia Partecipativa (CVDP). L’organo è nato a Bernalda, in provincia di Matera, il 23 febbraio 2008 su iniziativa dell’Assemblea dei Soci del Comitato “Cittadiniattivi di Bernalda e Metaponto”. A livello locale e nazionale il numero crescente di coloro che non si recano alle urne nel giorno delle elezioni è in costante aumento; come sono in crescita le percentuali delle schede nulle e bianche. La commissione è un laboratorio di sperimentazione politica, ispirato ai principi della democrazia partecipativa dal basso. L’astensionismo, dunque, non come pratica da consigliare o come forma di protesta, ma piuttosto come antidoto alla decadenza morale dei partiti. Dalla teoria ai fatti: la Commissione, infatti, il 30 aprile scorso ha presentato formale denuncia-querela alla Procura della Repubblica di Roma contro la Rai per gravi violazioni ai principi costituzionali relativi al pluralismo dell'informazione e, in particolare, alla mancanza di adeguati spazi informativi per gli astensionisti. In occasione delle ultime elezioni amministrative, inoltre, una delegazione è stata accreditata all’interno dell’area politica del ministero per seguire le fasi di elaborazione dei dati e dei risultati elettorali. Ne parliamo con il portavoce del movimento Antonio Forcillo.

Come è nata l’idea si costituire questo nuovo organismo? C’era principalmente il bisogno di esprimere l’assoluta equidistanza da tutti i partiti politici; dare, invece, voce contestualmente ai cittadini che si rivolgevano alla commissione per porre all’attenzione della comunità varie problematiche sociali. E’ per questo che abbiamo adottato la formula dell’astensionismo strategico, inteso come “mezzo” e non come “fine”. Quali sono gli obiettivi principali? Lo sviluppo della democrazia partecipativa, intesa come mezzo di coinvolgimento diretto di tutte le rappresentanze politico-sociali impegnate a loro modo nelle decisioni istituzionali a ogni livello.

Quali sono le vostre rivendicazioni? Prima di tutto ci stiamo impegnando per il riconoscimento della piena sovranità degli astensionisti, anch’essi cittadini sovrani a tutti gli effetti; questi attualmente costituiscono il primo raggruppamento politico pur non essendo un partito, ma rappresentano comunque la base più critica che fugge dalla logica tradizionale dei partiti. E’ finito il tempo della sudditanza passiva dalla classe politica.

Come mai nei sondaggi elettorali non si parla mai delle percentuali di astensionismo e delle cause di questo fenomeno? Perché siamo in un vero e proprio regime mediatico. A nessun partito politico conviene. Se gli astensionisti entrassero, come dovuto, nel calcolo e nella giusta rappresentatività della politica sarebbe la fine del ruolo truffaldino e autoreferenziale dei partiti stessi. Semplicemente parlarne significherebbe un’ulteriore presa di coscienza da parte degli italiani.

Quali saranno le prossime iniziative? Evidenziare dopo il ballottaggio delle amministrative la rappresentatività effettiva dei sindaci eletti. Le percentuali dei dati diffusi saranno come sempre elaborati sul corpo elettorale votante, cioè dei soli elettori che si saranno recati a votare al ballottaggio. Bisogna, invece, evidenziare la rappresentatività emersa in rapporto all’intero corpo elettorale sovrano avente diritto. Ciò potrebbe servire da stimolo per un nuovo coinvolgimento partecipativo sia dei cittadini sia della stessa classe politica. Questo potrebbe, infine, essere un ottimo sistema per iniziare ad arginare la triste piaga del clientelismo e del malaffare italiano.-

Intervista realizzata a Bernalda (MT) qualche giorno prima dei ballottaggi per le amministrative del 29/30 maggio 2011.

Articolo tratto da “IL RESTO”, settimanale / 4 giugno 2011








26 giugno 2011

Approvata legge “Cittadinanza attiva”

Share 

Ansa – Napoli 16 giugno – On.Foglia (UDC): la prima Commissione Consiliare Permanente (Affari Istituzionali, Amministrazione Civile, Rapporti Internazionali, Autonomie e piccoli comuni, Affari Generali, Sicurezza delle città, Risorse umane, Ordinamento della Regione) del Consiglio Regionale della Campania, ha approvato all’unanimità il disegno di legge “Attuazione del comma 4 dell’art. 118 della Costituzione sulla sussidarietà orizzontale”,  relatore in Commissione il Consigliere Foglia (UDC) che ha sottolineato come il disegno di legge approvato rappresenti un primato per la Regione Campania che si pone così con questa legge all’avanguardia tra le regioni italiane nello sviluppo di una nuova forma di democrazia partecipata e deliberativa.

La legge si propone – ha sottolineato Foglia – di superare una sempre più crescente disaffezione dei cittadini nei confronti della cosa pubblica;  ha lo scopo di disciplinare i rapporti tra l’autonoma iniziativa dei cittadino per lo svolgimento di attività di interesse regionale e l’azione di Comuni, Province, Regioni. I cittadini saranno dotati di uno strumento legale di coamministrazione solidale per intervenire in tutti i casi di inerzia delle Istituzioni democratiche rappresentative.




dal sito www.loccidentale.it

Astensionismo e altro

Le schede bianche vanno considerate un "non voto"o un "voto no"?


Obiettivo: una idea semplice

Obiettivo: una idea semplice - astensione.net democrazia vera
In una partita ogni regola vale allo stesso modo per tutti i giocatori

Un referendum è valido con  la partecipazione del 50% più uno degli aventi diritto

Allora la stessa regola si può applicare ad ogni elezione

Un elettore nel caso non ritenga meritevoli tutti i candidati deve mantenere sempre il diritto di votare per scegliere qualcosa e non solo astenersi senza condizionare l'esito delle votazioni

Votare anche per dichiarare di non ritenere meritevoli di fiducia i candidati ed i programmi presentati

I candidati non devono avere la certezza che uno di loro sarà sempre eletto in ogni caso, ma di qualunque partito devono sempre meritare di essere eletti

Con le attuali regole non è così

Forse un "quorum" minimo di votanti da raggiungere per ritenere valide le votazioni o una diversa valutazione tra il numero dei votanti e degli astenuti ( in futuro potrebbero votare un simbolo bianco ? ) potrebbero essere delle idee, o dei seggi da lasciare vuoti, vedremo....

AL SENATO DUE ASTENSIONI FANNO CADERE UN GOVERNO, QUANDO CI ASTENIAMO NOI NON CONTIAMO NULLA

La Caduta di Romano Prodi

Post n°153 pubblicato il 22 Febbraio 2007 da gladiatore1973
 
Tag: Prodi
Foto di gladiatore1973

Dopo la risicata vittoria alle elezioni in aprile 2006 con soli 24 mila voti in più alla Camera dei Deputati il Governo, presieduto da Romano Prodi, cade in modo inesorabile sulla questione della missione in Afghanistan.

immagine

Mercoledi 21 febbraio 2007, ore 14.15, giorno delle Sacre Ceneri, al Senato della Repubblica si votava su una mozione posta dall'Unione a proposito della missione in Afghanistan. Dopo un lungo discorso del Ministro degli Esteri D'Alema che chiede un forte consenso politico che possa permettere all'Italia di affrontare le prossime delicate e complesse questioni militari estere, il Senato gli risponde picche. D'Alema è categorico quando comincia a parlare sulla questione della BASE NATO di Vicenza "E' venuto il momento delle assunzioni di responsabilità ed è per noi fondamentale misurare il consenso di quest'aula, condizione preziosa per andare avanti con il lavoro". Poi aggiunge in modo netto e fermo "E' legittimo sull'Iraq avere un'opinione diversa, gli Usa sono divisi da questo dibattito ma non è giusto presentare il nostro punto di vista come in continuità con il governo precedente perchè marca una novità radicale".

Queste ultime affermazioni fanno stizzire l'opposizione (che avrebbe votato a favore) ma nello stesso tempo inducono due sentori (Turigliatto e Rossi) dell'ala della Sinistra Radicale, ad astenersi dal voto, e ciò è fatale per D'Alema.

Con anche l'astensione di due Senatori a vita, Andreotti e Pininfarina, che in altre occasioni erano servite per tenere a galla un Governo molto fragile, la maggioranza non ha più la maggioranza. Ore 14.47, il Presidente del Senato Marini annuncia il risultato del voto: quorum richiesto 160 voti, 158 senatori votano a favore, 136 contrari più 24 astenuti, ma non basta, D'Alema è battuto.

immagine

Appena bocciata la mozione di maggioranza sulla politica estera del governo i senatori del Centro-Destra sono balzati in piedi battendo le mani e gridando 'dimissioni, dimissioni'. I senatori Verdi e quelli del Pdci se la sono presa invece con il loro collega Fernando Rossi che si é astenuto. Gli hanno tirato una rassegna stampa addosso. Nell'aula di Palazzo Madama è scoppiato il caos.

"La colpa di tutto è di Pininfarina e Andreotti che si sono astenuti e di Rossi e Turigliatto che non hanno votato", hanno commentato i senatori dell'Unione, dimenticandosi che se hanno potuto governare per 282 giorni lo devono esclusivamente alla fiducia ottenuta dai Senatori a vita come la Montalcini, Scalfaro e lo stesso Andreotti non avendo i numeri per garantire un Governo forte e duraturo, ma non si erano curati di questo particolare. Senza poi parlare del commento della Bindi che dice " Maledetta legge elettorale" e rivolgendosi ai due senatori della maggioranza astenuti "Non c'erano i motivi e le condizioni per votare così, si sono presi una gravissima responsabilità nei confronti del Paese" e magari poverina starà pensando "Ed ora i miei DICO che fine fanno, mo chi mi prende in convivenza?"

immagine

Alla fine sono giunte le dimissioni di Romano Prodi che ha rimesso il mandato al Presidente della Repubblica, Napolitano, e questa mattina alle ore 10.00 comincerà le consuete consultazioni per formare un nuovo governo. Prodi-bis? Bé questo è l'auspicio dell'Unione, ma già il Ministro Di Pietro ha espresso la sua contrarietà ad un Prodi-bis rendendosi oramai conto che il Governo di Pulcinella deve andare a casa.

Oramai si diceva da un bel pò "Coraggio, Prodi è di passaggio", adesso, nella speranza che questa gente non s'incolli alle poltrone, spero si vada immediatamente a votare nuovamente, la democrazia è anche questa.




Ensaio sobre a Lucidez

Ensaio sobre a Lucidez - astensione.net democrazia vera
E' il titolo del libro  " Il saggio  sulla lucidità " di Josè Saramago ( nobel 1998 )
edito Einaudi

Un' intera città decide di votare scheda bianca........................

Clicca sull'immagine

leggete sui giornali, guardate le interviste e......

leggete sui giornali, guardate le interviste e...... - astensione.net democrazia vera
Tutto quello che viene pubblicato dai giornali è " Riproduzione riservata " allora segnaliamo ( clicca sui links a sinistra ) dove troverete sul web qualcosa di interessante riguardo l'astensione

22 Marzo 2010 Il segnale consapevole del non voto
di Renato Mannehimer

29 Marzo 2010 Offerta politica deludente
Articolo di Di Caro Paola su quanto scritto da Carlo Calenda e Andrea Romano sul sito della fondazione "Italia Futura" di cui è presidente Luca di Montezemolo

30 Marzo 2010 Non votare è una richiesta di moralità
Intervista di Rita Querzè a Bruno Ferrante che non ha votato, ex candidato PD e ex prefetto di Milano

31 Marzo 2010 Quando l'astensione è modernità
Articolo di Piero Ostellino " Il diritto di non andare a votare ....

12 Aprile 2010 Fenomenologia dell'elettorato scettico
di Silvio Diamanti su " La Repubblica "


06 Aprile 2010 dal sito Italia Futura
Apoti e tasse - Dopo l'astensione, una proposta sulle priorità del paese
di Carlo Calenda e Andrea Romano
L’astensione ha colpito equamente tutti i protagonisti del cinepanettone della politica italiana, a sinistra, a destra e al centro. È la conferma che anche in Italia gli elettori esercitano il non voto come uno strumento di espressione democratica, come da tempo accade in tutto l’Occidente. Più che un segnale di distacco dalla cosa pubblica, è una forte richiesta di migliorare la qualità dello spettacolo politico. Gli apoti, coloro che con Prezzolini “non se la bevono”, non possono essere sbrigativamente e comodamente etichettati, di volta in volta, come qualunquisti, moderati scoraggiati o radicali delusi. Chi scrive ritiene che non esista una loro precisa fisionomia civile e politica, e che dunque nessun partito presente o futuro possa ritenere di intestarsi la loro rappresentanza. La scommessa non è quella di creare un nuovo contenitore partitico per gli astenuti, quanto piuttosto quella di cambiare il logoro format della politica italiana affinché chi non ha votato possa tornare a riconoscersi in proposte concrete.

In ogni caso, una conseguenza positiva l’astensione l’ha già determinata. La disponibilità che la gran parte delle forze politiche ha mostrato a discutere di riforme quanto mai urgenti per il paese. Tutto bene? Forse sì, se non fosse che i temi scelti (giustizia e presidenzialismo) sono i più conflittuali per gli schieramenti politici e tra i più lontani dalla vita di tutti i giorni per i cittadini. Dati alla mano, ne ha scritto Renato Mannheimer sul Corriere della Sera di domenica: la grande maggioranza degli italiani preferirebbe che le riforme si concentrassero su questioni più concrete come lavoro e tasse.........


Ecco l'articolo di Ester Tanasso pubblicato nel 2008:

Elezioni 2008

Schede bianche, seggi vuoti. La proposta di una termolese

Una giovane donna della città adriatica lancia una provocazione legittima, raccolta anche dal Sole 24 ore nell’edizione di martedì 8 aprile: “Chi fa la fila per votare e poi non esprime alcuna preferenza è comunque un soggetto attivo nella democrazia e la sua scelta dovrebbe contare”. Come? Sottraendo seggi in Parlamento proporzionalmente al numero di schede bianche, che invece allo stato attuale non intaccano le preferenze. “Una democrazia dovrebbe riconoscere alle schede bianche, che sono un comportamento di voto in senso pieno, la stessa rilevanza, in sede di computo elettorale, dei voti di preferenza e “attribuire” loro un certo numero di seggi, lasciandoli vuoti»

Martedì 8 aprile, a pagina 12 del famoso quotidiano economico “Il Sole 24 ore”, si legge una lettera intitolata “Schede Bianche”. E’ firmata da Ester Tanasso, di Termoli. In poche righe, una riflessione chiara e condivisibile sul diritto a votare scheda bianca e sull’opportunità, non riconosciuta dall’attuale sistema democratico, che al non-voto venga riconosciuto un valore proporzionale in parlamento in termini di seggi. In pratica: perché le schede bianche, che nel 2001 sono state circa quattro milioni (pari ai voti ottenuti in quell’anno alla Camera da un partito come Alleanza Nazionale) non si traducono nei fatti con una diversa assegnazione dei seggi alla camera e al Senato? Questo non significa ignorare una parte di elettori che si prende la briga di fare la fila davanti alle cabine eppure decide, consapevolmente, di non esprimere alcuna preferenza?
La proposta di Ester Tanasso, che frequenta l’ambiente della legge e dunque è ferrata in materia, è molto attuale. Ed è anche una proposta che merita di essere presa nella giusta considerazione. Pubblichiamo qui sotto un suo intervento, appositamente scritto per Primonumero.it, che spiega in dettaglio di cosa si tratta.

Deleganti o giudici? Chi è chiamato a votare.

di Ester Tanasso
(esterti@interfree.it)

La prospettiva di tornare alle urne con l’attuale legge elettorale ed il desolante panorama offerto dalla politica stanno provocando un malumore crescente che sembra ingrossare ogni giorno di più le fila del non voto. Lettere ai giornali, post inviati ai blog, semplici conversazioni tra amici evidenziano una disaffezione che ha cause molteplici e svariate, ma che, soprattutto, cerca uno sfogo, un modo per esserci e per contare. Iniziative come non votare, annullare la scheda, votare scheda bianca, hanno, però, allo stato, un unico effetto: consentire ai candidati di guadagnarsi ancor più indisturbati i loro seggi.
Una lettura fin qui incontrastata del fenomeno astensionista, ha osservato criticamente il sociologo Franco Ferrarotti, vuole infatti che “schede bianche, annullate, elettori assenti al voto siano persone che volontariamente chiedono che di loro non si tenga conto”. Si è anzi sostenuto che una certa quota di assenteismo sia un buon indicatore di democrazia: il segnale che tutto va bene e si possa delegare ad altri l’incomodo della partecipazione elettorale.
Ma non sembra, allo stato, che le cose stiano così.

L’astensionismo, che si è presentato fino ad oggi come un fenomeno in costante crescita, al suo interno ha fatto registrare l’aumento notevole del numero delle schede bianche. Nel 2001, senza chiedersi cosa ne sia stato nel 2006, se ne contavano circa quattro milioni: pari ai voti ottenuti in quell’anno alla Camera da un partito come Alleanza Nazionale.
Ora, se con riguardo agli assenti e ai voti nulli si può forse parlare di autoesclusione, è certamente un modo molto scomodo di esprimere la propria indifferenza, quello di raggiungere i seggi, fare a volte lunghe file e poi non votare.
Le schede bianche, infatti, sono un voto che tace. Computate in una categoria specifica, non intaccano le preferenze: i risultati elettorali, fatto salvo il numero dei votanti, sono identici, quante ne siano.
E’ così che il cittadino si trova di fronte alla scelta di acconsentire alle proposte dei partiti, di sparire nel gorgo della non partecipazione, o di imbavagliarsi, votando appunto scheda bianca.
Non c’è male, considerato che si tratta anche di contribuenti che finanziano quel carrozzone e su cui forse avrebbero il diritto di dire la loro.

Ma è il voto il modo per farlo? Per rispondere bisogna chiedersi quale sia il senso della partecipazione elettorale e se, al suo interno, possa avere ragione di essere la scelta prima della preferenza, l’opinione prima del consenso.
Le elezioni (da e-ligere, scegliere), come spiega Sartori, sono preposte ad una selezione e l’unica responsabilità in capo agli eletti è quella che deriva dal doversi ripresentare, data la temporaneità dell’incarico, al giudizio degli elettori. Se salta la possibilità di questo rendiconto, o lo si sposta verso le segreterie dei partiti, la rappresentanza politica è una proiezione che non ha ragione democratica di essere e i risultati sono quelli che abbiamo di fronte.

Mentre Governi e Parlamenti sono esposti continuamente, nel loro operato, a critiche e sanzioni (si pensi alle mozioni di sfiducia), ciò non avviene con riguardo all’attività dei partiti e delle loro segreterie, nel momento – fondamentale, in democrazia - in cui provvedono, come oggi accade, alla scelta delle candidature. E’ curioso allora che se ci si rifiuta di dare il proprio voto all’ammasso, né si vuole o si può dare una preferenza convinta, finisce che a doversi “chiamare fuori” dal gioco sia l’elettore e non il candidato. Un contrappeso democratico istituzionale a proposte sgradite di fatto non c’è.

Ma è democratico un Parlamento che non tiene conto dell’opinione, diciamo pure della protesta, di una buona percentuale di elettori?
Se ravvisiamo nella competizione aperta il metodo della rappresentanza, ci sembra che competizione vera esista solo ammettendo la possibilità di bocciature, che consentano di interloquire sia con l’operato dei partiti che con ogni singola candidatura.
Il modo per farlo è riconoscere alle schede bianche, che sono, a ben guardare, un comportamento di voto in senso pieno, la stessa rilevanza, in sede di computo elettorale, dei voti di preferenza e “attribuire” loro un certo numero di seggi, lasciandoli vuoti. Con la conseguenza di diminuire il numero degli eletti in proporzione al numero di schede bianche.

Nelle elezioni per la Camera dei Deputati, le schede bianche dovrebbero concorrere alla formazione di una propria cifra elettorale, assimilabile alle altre cifre nazionali di lista (la somma, cioè, su base nazionale, dei voti che ogni lista riceve), da dividere per il quoziente elettorale nazionale (dato dalla divisione dei voti validi a livello nazionale per il numero di seggi da attribuire). Se tale quoziente fosse maggiore di zero, quello sarebbe il numero dei seggi da lasciare vuoti.
Anche al Senato si dovrebbe seguire lo stesso meccanismo di calcolo: le schede bianche dovrebbero formare una cifra elettorale concorrente da dividere poi per il quoziente elettorale, entrambi ricavati su base circoscrizionale. Se il risultato fosse un numero intero o, in caso di seggi inassegnati, il più alto resto, si avrebbe l’effetto di diminuire il numero dei Senatori nelle regioni ove fosse maggiore il voto di protesta.

Naturalmente, si obietterà che esigenze di governabilità suggeriscono di non tenere conto di proposte, come questa, “corrosive” delle compagini governative. Bisogna però chiedersi quanto queste siano legittimate ad esercitare il loro potere, quando risultino espressione di percentuali fortemente minoritarie di cittadini.
Ove si consideri, poi, che i seggi vengono assegnati sulla base della popolazione residente, in certe zone in cui l’astensionismo è ormai una componente costante e consistente del comportamento di voto, i seggi finiscono per “costare”, in termini di voti validi, assai meno di quanto non accade in quelle con forte partecipazione. Se l’astensionismo è un segnale di malessere, questo è un paradosso pericoloso per la democrazia.

Sarebbe invece opportuno, pensiamo, dare voce al dissenso e recuperare nel modo descritto il più ampio numero di cittadini alla partecipazione attiva, quanto mai necessaria in un mondo che dovrebbe aspirare all’inclusione di ciascuno nel gioco democratico.
Avremmo in mano, noi cittadini, un monito forte ed efficace ad una politica dei migliori, senza dimenticare il non trascurabile vantaggio per le pubbliche casse, prodotto, automaticamente e democraticamente, da un minor numero di eletti.
E’ vero che gli art. 56 e 57 della Costituzione fissano a 630 e 315 i membri di Camera e Senato, ma
va tuttavia rilevato che, già nelle passate legislature, le cosiddette “liste civetta” hanno avuto l’esito di lasciare alcuni seggi inassegnati, senza che - questo almeno - facesse gridare nessuno allo scandalo. Previsioni di questo tipo, anzi, potrebbero essere un contrappunto proprio ai meccanismi più criticati dell’attuale legge elettorale.

Altrimenti, si dovrebbe tentare la modifica costituzionale, prevedendo che il numero “dei seggi” dei Deputati e Senatori elettivi sia rispettivamente di 630 e 315, contemplando la possibilità che, per volontà dell’elettorato, alcuni restino vuoti. Si scontenterebbe di certo qualcuno, ma chissà che la rappresentanza politica, in Italia, non faccia finalmente un passo in avanti.

(Pubblicato il 08/04/2008)

 


  • 20/05/2012
  • Nº pagine viste 15416
  • Aggiungi ai preferiti
  • Invia a un amico
  • it
  • en

forum

 
Sito web in aggiornamento...